Ciao Giulia, grazie mille per essere qui. Qual è stato il tuo percorso? Partendo un po’ dagli studi fino ai primi passi nel mondo del lavoro.
Mi sono laureata in Giurisprudenza qui a Bologna e sono bolognese. La strada “naturale” per chi studia Giurisprudenza era fare l’avvocato, ma quel ruolo mi stava stretto. Così ho deciso di ripartire: ho fatto l’Erasmus in Francia, poi mi sono trasferita a Parigi, in un momento di confusione sul mio futuro. Lì mi sono specializzata in diritto del lavoro e ho iniziato a lavorare in studi internazionali, per poi rientrare in Italia.
Con il tempo ho compreso dove e come lavoro al meglio. Ho lasciato il mondo aziendale e ho scelto di intraprendere la strada della formazione: ho frequentato un corso per diventare coach professionista e, durante questo percorso orientato alla libera professione, mi sono avvicinata anche al tema della creatività. All’estero ho scoperto che la creatività non è soltanto quella che intendiamo comunemente in Italia, ovvero essere artisti o artigiani, ma comprende anche studi sulla personalità creativa e sui modi di pensare e ragionare. Da lì ho iniziato a mettere insieme i pezzi: chi ero, le mie competenze e chi volevo aiutare.
Per dare una struttura al mio lavoro di oggi, cioè aiutare persone come me che non hanno trovato subito risposte negli studi fatti, ho costruito dei percorsi per capire come lavorare: in quale ruolo mi vedo a livello professionale, se in azienda o come libera professionista, cosa mi piace e cosa no. Oggi offro due servizi principali:
- un percorso di orientamento lavorativo, pensato principalmente per un pubblico femminile che desidera reinventarsi, cambiare o capire se il percorso fatto finora sia quello giusto e se ci sia qualcosa da aggiustare;
- un percorso dedicato all’avvio d’impresa, pensato per persone intorno ai 35–40 anni che vogliono dare spazio alle proprie idee, come libere professioniste o imprenditrici.
Questi sono i due servizi principali, nati anche a partire dalla mia esperienza personale.
Quindi hai comunque cercato in prima persona questa direzione professionale e l’hai trovata nel tempo. Quanto tempo ti è servito, in totale, per arrivarci?
Oggi posso dire che l’ho trovata. Ci sono arrivata capendo, ad esempio, che non mi piace il lavoro da dipendente né la rigidità degli orari. La libera professione mi dà flessibilità e la possibilità di lavorare su progetti diversi. È un tema che riguarda anche molte mie clienti: le aiuto a considerare che non è necessario scegliere solo tra essere dipendente o libera professionista, perché si può costruire anche un modello ibrido. In fondo si tratta di trovare il proprio equilibrio.

Quanto è stato importante aver esplorato ruoli in ambito corporate prima di passare alla libera professione?
È stato importante. Il campanello d’allarme è suonato quando, lavorando nella formazione e nel welfare aziendale, ho capito che quella parte mi piaceva. Poi, in concomitanza, è uscito il GDPR e, avendo una formazione giuridica, l’azienda mi ha spostata sulla privacy. Lì ho compreso che volevo restare centrata sulla persona e sullo sviluppo dei talenti. Quando ho capito che mi avrebbero tolto quella parte, ho realizzato che era il momento di scegliere. Per questo penso sia utile esplorare anche l’ambito aziendale: ti aiuta a capire che in un’azienda esistono ruoli diversi e non è detto che tutti vadano bene per te.
Passando ai primi passi: quando sei entrata nella libera professione, quali azioni concrete hai dovuto compiere?
Prima di tutto la formazione: ho conseguito il diploma come coach, che mi ha permesso di sviluppare il mio profilo da libera professionista. Poi ho dovuto esplorare la parte legata a come propormi: ok, ho il diploma da coach, ma cosa ne faccio? A chi mi rivolgo? Qual è il mio target? Ho lavorato anche sulla promozione, costruendo la mia immagine, imparando a gestire i social e creando un sito. La fase successiva è stata capire chi voglio aiutare, che non è stato scontato, e come arrivare a quel target. Ho costruito tutto ciò che mi ha permesso di entrare in contatto con queste persone.
All’inizio, quindi, la parte più difficile è stata entrare nel mondo della libera professione trovando i primi clienti, oppure definire il tuo posizionamento? Ho visto il tuo sito: oggi hai un posizionamento molto chiaro e servizi specifici.
Sì, la difficoltà è stata soprattutto quella. All’inizio avevo capito che volevo aiutare persone con una creatività inesplorata o inespressa a livello professionale. Lo sentivo, ma non riuscivo a tradurlo bene. La sfida più grande è stata proprio questa: se inizio a parlare di creatività nel mondo del lavoro, chi mi ascolta? C’è qualcuno che recepisce davvero questo bisogno? Pian piano, esponendomi sempre di più, ho capito che fuori c’erano tante donne che magari avevano iniziato con studi creativi, ma poi, ritenendo che creatività e lavoro non andassero d’accordo, avevano intrapreso altre strade. Sentendo la mia proposta di aiuto, si è riacceso il desiderio di capire come tornare sulla propria strada.

Sei libera professionista dal 2022, quindi da circa quattro anni e poco dopo il Covid. In che modo quel periodo ti ha aiutata?
Mi ha aiutato per due motivi. Intanto ho avuto molto tempo per riflettere. Inoltre molte persone, in quel periodo, hanno sperimentato la creatività a casa. Anche il mio target ha potuto dire: che bello disegnare, che bello prendersi tempi diversi, lavorare con altri ritmi. Questo ha creato uno spazio di riflessione. Dall’altra parte ho iniziato a offrire servizi online, non in presenza. Le mie prime clienti erano di Milano. Avendo vissuto all’estero e avendo amiche a Londra e a Parigi, i miei primi clienti sono stati anche Oltralpe.
Vedi differenze tra il mercato italiano e quello estero? Noti differenze culturali?
L’unica vera differenza che ho notato è questa: parlando con clienti italiane che vivevano a Londra o a Parigi, quattro anni fa la mia figura professionale era già conosciuta. A Bologna, invece, quando dicevo che ero una coach, spesso venivo presa in giro in bolognese con il “da un coch” (dai una spinta): ma cosa vuol dire? Cosa fai? Ho dovuto lavorare anche sulla spiegazione di chi è un coach in Italia, mentre a Londra lo sapevano già.
Come spiegheresti, in Italia, che cos’è un coach?
È un facilitatore, una figura di supporto che ti allena, proprio come siamo abituati a pensare all’allenatore nello sport. Mi considero una professionista che allena anche a livello mentale, utilizzando strumenti di lavoro, ma con un obiettivo di base: accompagnare la persona a seguire una strada professionale in linea con lei. Si lavora sulla consapevolezza, ci si dà delle scadenze, si lavora sulla motivazione. È un allenamento e, insieme, un accompagnamento.
In generale, quanto durano i percorsi? Con le tue clienti noti dei pattern ricorrenti, sia nella durata che nelle esigenze iniziali e nei risultati con cui escono?
Per l’orientamento, di solito si parte da un disagio forte. Molte arrivano dicendo: voglio dare le dimissioni. Io dico: calma, respiriamo e capiamo prima. Al contrario, chi sceglie un percorso di avvio d’impresa è spesso molto motivato. Però, se non ci diamo scadenze e obiettivi concreti, la motivazione tende a calare. Parlo di cose semplici ma chiare, come partecipare a una fiera dell’artigianato o fissare incontri con potenziali clienti entro una certa data. Spesso sono persone che vogliono portare a terra un progetto, ma mantengono il lavoro da dipendenti e, trattandosi spesso di donne con carichi familiari, avviare un progetto personale richiede tempo ed energie. Partono con grande entusiasmo, poi la cosa a volte rallenta. Incidono anche fattori esterni, come i giudizi degli altri, soprattutto nell’imprenditoria femminile. Un altro elemento che noto, sempre nell’imprenditoria, è che quando serve reinventarsi davvero, cioè cambiare registro, avviene anche una rivoluzione interiore: bisogna abituarsi a vedersi e a parlare di sé in modo diverso e far emergere parti che prima, nel corporate, non avevano spazio.
E immagino che questo valga anche per molti uomini, dove a volte è ancora più difficile far emergere quelle parti più personali perché ci sono degli “scudi” più resistenti.
Sì, vale anche per gli uomini. Un cliente, per esempio, aveva fatto tanti corsi di volontariato, clown per anziani, e non me l’aveva detto perché pensava non fosse rilevante. Invece è rilevante: se vuoi esplorare una parte più sociale di te, questi elementi sono fondamentali. Se non me li dai, facciamo più fatica a trovare la tua direzione.

A livello concreto, ci racconti un percorso di cui sei orgogliosa sull’orientamento lavorativo con alcune tue clienti e alcuni tuoi clienti?
Per l’orientamento, non porta sempre a passare da dipendente a imprenditrice. All’inizio pensavo che chi veniva da me volesse un cambiamento radicale. Invece, ciò di cui vado più fiera è quando la persona trova la sua quadra. Per esempio, una mia cliente è arrivata in crisi con il suo ruolo da dipendente. Lavorando sulla sua personalità creativa, abbiamo capito che non era nel ruolo giusto. Invece di ruoli verticali molto specialistici, per cui fai sempre la stessa cosa, nel suo caso era più adatto cercare ruoli da project manager, capitalizzando le tante esperienze accumulate. Questa scelta le ha dato una grande pace interiore.
Spesso si arriva dal consulente con un’idea, ma senza averla analizzata a 360 gradi con metodi più strutturati. Si può comunque trovare la propria direzione anche se non la si era preventivata?
Succede spesso, soprattutto con le persone con cui lavoro io. Quando si parla di creatività, capita che una ragazza giovane arrivi dicendo: tutti mi dicono che sono in crisi, che sono confusa, che dovrei scegliere. Con profili di questo tipo, basta cambiare prospettiva: invece di vederti solo come grafica o solo come esperta nel sociale, riconosci che hai molte competenze. Puoi decidere se usarne una in modo specialistico oppure combinarle per un ruolo più orizzontale. A quel punto scatta l’illuminazione: quindi non sono confusa, so tante cose. È il famoso profilo multipotenziale. Bisogna cercare ruoli che accolgano e valorizzino questa multipotenzialità.
Nell’orientamento, la soddisfazione più grande è quando le persone iniziano a vedersi per ciò che sono e smettono di incasellarsi in un’unica etichetta. Se ti vedi solo dentro un ruolo molto definito, rischi di sentirti fuori luogo. Allargando la prospettiva su chi sei a livello professionale, capisci che tutto ciò che hai acquisito come formazione ed esperienze va bene, perché fa parte di una personalità magari più curiosa e creativa. Poi va utilizzato in modo intelligente per cercare ruoli lavorativi, o più lavori, che ti permettano di esprimerti.
E il progetto che ti rende più orgogliosa a livello di avvio d’impresa?
Nell’avvio d’impresa, la sfida e la soddisfazione maggiori arrivano quando le mie clienti diventano protagoniste. Per esempio, durante gli eventi che organizzo, quando debuttano, presentano i loro nuovi servizi o espongono i loro prodotti artigianali. Vederle partire con me da un’idea magari un po’ confusa e sognata e arrivare al momento in cui escono allo scoperto è molto gratificante.
C’è una fascia d’età prevalente tra le persone che si rivolgono a te?
Sì, sono donne intorno ai 40 anni, quasi sempre con un lavoro. Hanno quasi tutte studiato e hanno intrapreso un percorso professionale in cui non esprimono la parte creativa o identitaria. Questo può tradursi nel desiderio di fare un part time per sviluppare un progetto imprenditoriale che dia più spazio, perché magari gli orari da dipendente sono rigidi, oppure nel fatto di essere partite come creative e poi essersi ritrovate a fare altro per esigenze familiari, figli e così via.
Pensavo ti cercassero soprattutto neolaureati, ma mi pare che spesso la richiesta arrivi dopo anni, quando la direzione non è ancora chiara. È così? E da qui nascono anche i tuoi percorsi di primo inserimento?
Sì, ed è proprio un punto di sviluppo del mio lavoro. La riflessione è stata: se queste persone arrivano da me a quarant’anni con un po’ di rimorso, forse, se le avessi incontrate all’uscita dagli studi, alcune avrebbero evitato certi passaggi. Magari no, magari serviva comunque quel percorso, però potenzialmente si potrebbero prevenire situazioni di insoddisfazione offrendo percorsi di primo inserimento lavorativo.

Passando al tuo quotidiano: qual è la sfida più complessa che affronti ogni giorno, sia come libera professionista sia nella pratica del coaching?
Avere tante idee e poco tempo. Per farle bene ed essere efficace servirebbe molto tempo, e a volte le cose si accavallano. Bisogna imparare a lasciare andare e a dirsi: faccio, anche se non è perfetto. Più impari a usare gli strumenti, più liberi tempo per fare. Ci sono fasi: adesso, per esempio, so usare meglio i social, quindi impiego meno tempo a creare un post. Poi magari arriva l’idea di organizzare un evento e lì spendo molte energie.
Come l’AI sta cambiando la relazione con le tue clienti e il tuo modo di lavorare? E che differenza c’è tra fare coaching online e in presenza?
L’AI la uso per prima, per esempio per i social. Non la sponsorizzo, ma riconosco che, se la sai usare, ti aiuta e velocizza. La suggerisco anche alle clienti. Nei percorsi di orientamento, dopo la fase di consapevolezza passiamo agli strumenti. Se il profilo cerca un nuovo lavoro da dipendente, servono curriculum, LinkedIn e lettera di presentazione. Spingo a sperimentare l’AI: facciamo un modello di CV e di lettera, e impari a usare l’intelligenza artificiale per capire come può aiutarti.
Per quanto riguarda l’offline, la presenza è più efficace. Vengo con la lavagna, faccio schemi e disegni. Oltre al valore della relazione, c’è una componente visiva importante. Online questa parte si perde. In presenza, mentre il cliente parla, io scrivo, disegno, visualizziamo insieme e a fine sessione faccio una foto e la mando come strumento di lavoro. Penso che la creatività emerga meglio in presenza, con vibrazioni diverse rispetto allo stare davanti allo schermo.
Abbiamo visto che hai anche un podcast. Ci racconti com’è nata l’idea e cosa c’è alla base dell’intervistare persone legate all’imprenditoria femminile?
Il podcast è nato all’inizio ed è stato uno dei primi strumenti che ho messo in piedi, dopo il sito che ho realizzato da sola. Il podcast mi ha permesso di dare voce a ciò che all’inizio faticavo a esprimere: storie di persone che hanno riscoperto la loro creatività e, in alcuni casi, hanno cambiato pelle. L’ho usato per comunicare quello che avrei voluto fare con il mio lavoro. Ho intercettato non solo storie di clienti, ma anche di persone incontrate lungo il percorso che mi dicevano: mi sono reinventata, ho lavorato per anni in un negozio e poi ne ho aperto uno mio. Chiedevo testimonianze proprio per rafforzare il mio progetto.
Mi ricollego anche alle nostre colazioni di networking: molte persone hanno fatto cambiamenti importanti, dal lavoro fisso alla libera professione, fino a un’idea imprenditoriale. Non sapevo che nel podcast ci fossero anche persone incontrate lungo la strada. Questo gli dà ancora più valore perché porta visioni diverse e fa capire che non esiste un percorso lineare per tutti.
Esatto, il messaggio è proprio dare ispirazione. In tutte le storie ci sono sfide e c’è la miccia che fa scattare il cambiamento. Quando sento qualcosa che può essere utile alle mie clienti, chiedo subito di raccontarlo.
A livello di trend del mercato del lavoro in Italia, lavorando a stretto contatto con cambi di posizione, ingressi nella libera professione e riposizionamenti, come lo vedi? È in evoluzione o stagnante? E quanto è possibile cambiare ruolo in una corporate o in un’altra azienda?
È un tema che voglio sviluppare quest’anno. Con le mie clienti, che sono persone private, lavoriamo su paure e fragilità: posso cambiare a cinquant’anni? Riuscirò a raggiungere i miei obiettivi? Mi prenderà un’azienda se busso alla loro porta? Molte ci riescono, ma non finisce lì. Raggiungiamo il primo obiettivo, cioè il riposizionamento o il cambio, e poi mi richiamano dicendo: la nuova realtà valorizza davvero la mia seniority? Mi hanno proposto un ruolo da project manager, ma di fatto non lo faccio. Qui entra in gioco anche l’azienda. Vorrei lavorare sulla consapevolezza organizzativa riguardo alle persone che inserisce o che cambiano ruolo: conosci davvero le risorse che hai? Sono posizionate nel ruolo giusto? Se entra una nuova risorsa, sei in grado di valorizzarne la seniority, la multipotenzialità e di affidarle progetti creativi in cui possa esprimersi? Mi piacerebbe portare la consapevolezza identitaria che costruisco con l’individuo anche dentro le aziende, che sono fatte di persone.
Con i progetti che crescono e il tempo limitato, pensi a un team o a un cambio di modello per scalare?
Sì, è una sfida. L’idea è far diventare le mie clienti protagoniste. Sto iniziando a renderle più attive anche in Scuola Creativa, in base alla loro posizione e al loro talento. Per esempio, una cliente specializzata in progetti e bandi si occupa della parte progetti per il World Creativity and Innovation Day. Un’altra, che vuole cambiare vita passando da commercialista a organizzatrice di eventi, si occuperà dell’organizzazione dell’evento del 26 aprile. La mia idea è crescere coinvolgendo loro in modo mirato.
Hai citato Scuola Creativa HUB: vuoi raccontarci di che cosa si tratta?
Sì, Scuola Creativa HUB. L’idea è che diventi un ecosistema. L’anno scorso, con il focus di supportare il cambiamento di persone che hanno un lato creativo da esprimere nel modo più corretto a livello lavorativo, mi sono accorta che avevo bisogno di partner. Da sola non posso essere, per loro, la commercialista, la copisteria o la social media manager. Ho iniziato quindi a cercare partner che sposassero il progetto e sviluppassero sensibilità sul tema, sia rispetto alle donne sia rispetto alla creatività. Serve proprio quell’ingrediente: molte clienti con un progetto imprenditoriale mi dicono che dal commercialista si sono sentite travolte dai numeri e sono scappate. Con la commercialista ho ragionato così: certo, dobbiamo arrivare ai numeri, ma puoi, se faccio da filtro, offrire una consulenza pensata per creative che hanno bisogno di arrivarci in maniera creativa?
Il primo passo, dunque, è creare una rete di partner a supporto, formati per primi sul tipo di persone con cui lavoriamo. Poi, piano piano, evolvere: cercare spazi, sostenitori e capire in che termini crescere. È un ecosistema protetto: non si entra subito nel “mondo reale”, si rimane in un sistema in cui la creatività guida e ci si sente tutelati.
Oltre alle giornate di consulenza gratuita, quali altri eventi metti in programma?
L’anno scorso non sono riuscita a organizzarli. L’idea è fare eventi di networking creativo, come quello che vorrei realizzare il 26 aprile in onore della Giornata internazionale della creatività. Sono momenti anche formativi, con workshop in cui le mie clienti sono protagoniste attive e si sperimentano. Per esempio, in un altro workshop la mia cliente che vende cappelli ha guidato una sessione su come fare personal branding attraverso i suoi cappelli. Sono momenti un po’ ludici e un po’ creativi, in cui loro diventano protagoniste in uno spazio ovattato ma aperto al pubblico. C’è una forte idea di protezione.
Come sei arrivata a MUG? Come l’hai scoperto e che cosa hai trovato rispetto a ciò che ti aspettavi?
L’ho scoperto tramite una mia cliente che veniva qui. Non vi conoscevo, ho cercato online e poi sono venuta. Cercavo uno spazio per fare consulenze dal vivo ed è quello che ho trovato. Per me è perfetto, anche per il mio target: c’è sempre un effetto di stupore quando le persone entrano. Prenoto le sale riunioni quando incontro le clienti in presenza ed è uno spazio davvero azzeccato per le mie esigenze.
A noi fa piacere, anche perché, come dicevi, c’è scambio e networking. Hai portato le tue clienti alle nostre colazioni e hanno potuto vedere il mondo di MUG. Sappiamo che per chi vuole cambiare è prezioso ascoltare storie di persone che ce l’hanno fatta: può dare supporto concreto.
Sì. Un mio cliente, l’ultima volta, ha detto: “Ho fatto centro quando ho detto che sto per cambiare tutto”. È utile anche per chi sta cambiando pelle, per esempio da dipendente a libera professionista. È un modo per testarsi: un vero networking in cui, in pochi secondi, devi dire chi sei e cosa fai. È un modo per buttarle nella mischia, un allenamento pratico.

Veniamo al futuro. Qual è il progetto più grande che vuoi sviluppare nei prossimi mesi o anni?
Nei prossimi anni, aprire Scuola Creativa HUB a livello fisico, una vera e propria scuola. Non so ancora quando, ma è un bellissimo obiettivo. Le ho dato il nome “Scuola” proprio perché immagino uno spazio fisico.
Quest’anno mi piacerebbe integrare il tema del primo inserimento lavorativo. Già lo faccio come coach per alcune fondazioni che lavorano con giovani studentesse; vorrei aggiungere un servizio di orientamento dedicato al primo inserimento, per evitare di arrivare a quarant’anni pensando: “Se avessi saputo come sono fatta, avrei scelto altre strade”. Mi piacerebbe anche dialogare di più con le aziende, portando consapevolezza dall’interno, magari affiancando le risorse umane o i processi di selezione.
Qual è un errore che hai commesso nel tuo percorso, o nel trovare la tua direzione, che consiglieresti di evitare a chi sta cercando la propria strada o affrontando un cambiamento?
Fare quello che ti dicono gli altri. O meglio: quando studiamo, raramente ci illustrano tutti i potenziali ruoli in cui potremmo usare le nostre competenze. Il punto è esplorare, non fermarsi ai ruoli standard che ci vengono prospettati, ma provare a unire ciò che ci piace. Esiste, si può creare. Se l’avessi saputo prima, non avrei nemmeno sostenuto l’esame da avvocato, per evitare una fatica inutile. Anche se stai già percorrendo una strada, non è detto che non si possa tornare indietro o cambiare direttamente. Bisogna restare in contatto con ciò che ci appassiona. Partire dalle competenze che l’università ci offre, certo, ma chiederci sempre se, usate in quel modo e per quel ruolo, vanno bene per noi o se vadano mixate e applicate in modi nuovi, compatibili con chi siamo. Spesso le persone non fanno ciò che vogliono perché pensano che “così non vada bene”. Se invece va bene, cerca gli spazi e le modalità con cui puoi davvero esprimerti.
Visto che abbiamo toccato il tema “scuola”, una curiosità: a livello di formazione scolastica e universitaria, cosa si potrebbe fare meglio per rendere più consapevoli le persone che stanno per entrare nel mondo del lavoro, valorizzando caratteristiche, capacità e passioni?
Stare di più sui bisogni dell’individuo. La personalità emerge già durante l’università: bisogna lavorare sulla consapevolezza. Ti piacciono molte cose? Sei metodica? Ti stanno strette le regole? Questo parla di come sei e di come lavorerai. Se, per esempio, una mia cliente vuole passare da dipendente a libera professionista perché vive la rigidità come un limite, o predilige lo smart working ma non può farlo, allora forse deve orientarsi già verso la libera professione o formule flessibili. Partirei dalla consapevolezza: non solo competenze e passioni, ma anche come sei tu e come “funzioni” bene.
Chiudiamo con un consiglio di lettura o una risorsa che ti ha lasciato qualcosa di importante, anche personale, non per forza lavorativo.
Ne ho due, entrambe di svolta. Il primo è “Craftfulness”, che mi ha dato una direzione quando cercavo di capire a chi e come rivolgermi col coaching, parlando della creatività come strumento di benessere, non solo professionale. Il secondo è Emily Wapnick sui multipotential: ha fatto un TEDx su queste figure con più passioni, che non trovano una direzione “unica” e strutturata. Un’amica me lo consigliò dicendomi: guardalo, vedrai che ti torna, inizia a respirare. Così è stato. Poi ho letto il suo libro, che offre molti suggerimenti pratici su come impostare il lavoro quando hai più passioni e bisogni. Entrambe sono risorse molto utili.


