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Battiti: la teoria del cambiamento, i pubblici e intervista a Bangherang

Lo scorso 16 Novembre si è tenuto il secondo incontro di Battiti, il percorso di accelerazione rivolto a start up ad alto impatto sociale e ambientale promosso da Emil Banca e realizzato con il contributo tecnico di Kilowatt.  

Il pomeriggio è cominciato con la sessione di feedback in plenaria, dove ciascun team ha condiviso la propria impact vision, ossia l’orizzonte a cui vogliono tendere pensando al cambiamento positivo e intenzionale che il progetto o l’organizzazione vuole contribuire a generare. 

Abbiamo proseguito con la sessione teorica della formazione, riprendendo il framework della Teoria del Cambiamento (ToC).  Secondo la ToC, è importante individuare il processo a ritroso di tutte le fasi che consentono di raggiungere il cambiamento desiderato, procedendo a partire dalla definizione degli obiettivi  a medio-lungo termine fino all’identificazione dei  primi passi da compiere, attraverso la cosiddetta catena di produzione dell’impatto. La catena di produzione dell’impatto aiuta a comprendere le connessioni del modello concettuale del sistema di riferimento, costituisce anche un altro modo di guardare allo sviluppo di un’impresa focalizzandosi sulle ipotesi chiave da verificare

Le ipotesi, che rappresentano i valori, le credenze, le norme e le prospettive ideologiche che influenzano la nostra interpretazione del mondo (e dei processi di cambiamento), sono spesso implicite e date per scontate.  

Le prime ipotesi sono proprio quelle inerenti al pubblico più “rischioso”, quello cioè senza il quale la proposta di valore potrebbe crollare. Per arrivare a definire questo targetsi procede a una segmentazione di pubblici omogenei per caratteristiche,  non solo demografiche e statistiche, ma anche e soprattutto comportamentali e psicologiche.  

Per capire quali effetti ha avuto questa fase del percorso di Battiti, abbiamo intervistato una delle realtà selezionate per questa edizione: Bangherang. 

Bangherang ha come finalità quella di sostenere e sviluppare in modo creativo, inclusivo e attivo la crescita di bambini, preadolescenti, adolescenti e giovani. Attraverso l’educazione non formale, mira alla creazione di competenze e sensibilità fondamentali per i cittadini di oggi e di domani. Bangherang applica l’educazione non formale attraverso progetti legati alle politiche giovanili, alla cittadinanza attiva, all’inclusione delle fasce più fragili della popolazione, ai diritti dei bambini e degli adolescenti, lavorando con le pubbliche amministrazioni, le scuole e gli altri enti del territorio. L’Associazione si occupa anche di progettazione europea all’interno del programma Erasmus+. Bangherang crede nella piena integrazione tra l’educazione non formale e quella formale, come un’unione in grado di garantire un’educazione di alta qualità e per tutti, che sia capace di sviluppare sia competenze tecniche che trasversali. 

> Dall’impatto – inteso come cambiamento sperato a medio lungo termine – al segmento di pubblico che oggi, se non ne teniamo conto, potrebbe mettere in crisi il mio progetto… Come avete vissuto questo spostamento repentino dal futuro al presente? 

È stato bello e stimolante poter pensare al nostro progetto come un “qui ed ora”. Ci si affaccia a ipotesi che prima di Battiti sembravano lontane e difficili da raggiungere; il metter sotto torchio il nostro progetto genera ansie e paure ma si acquisisce, incontro dopo incontro, una grande consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti, convogliando le energie nella direzione giusta. 

Vogliamo riuscire a innestare l’educazione non formale in maniera strutturata all’interno del contesto scolastico e immaginare come renderlo possibile nella complessità dell’oggi è una gran bella occasione ma ha bisogno di competenze che solo con un percorso come quello di Battiti potremmo avere. 

> Raccontateci uno dei profili di pubblico che avete individuato in questa fase: quali sono le sue caratteristiche comportamentali? Perché è rilevante per voi? E, soprattutto, perché è rischioso? 

Abbiamo individuato come pubblico quello degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, lavorando nello specifico su un segmento di insegnanti che ha come caratteristica comportamentale quella di accogliere una proposta come la nostra, riconoscendo l’importanza e l’innovazione, ma vive con grande fatica il dover mettere in atto il cambiamento. Per noi è rilevante raggiungere questo pubblico, che solo toccando con mano i risultati e riuscendo a rendere operanti le metodologie in maniera veloce può convincersi del valore della proposta. Senza la loro approvazione è difficile immaginare che inizi un volano virtuoso di cambiamento all’interno del sistema scolastico. 

> Cosa avete imparato sul vostro progetto grazie a questi passaggi? 

Stiamo imparando a non dare nulla per scontato e ad alzare lo sguardo per intercettare quante più sfumature possibile della varietà umana di cui è fatto il sistema scolastico. 

Stiamo capendo chi incide sulla filiera decisionale e come lo fa. È molto interessante riuscire a segmentare il proprio pubblico per vagliare quante più possibilità possibile, prevedendo a sua volta scenari da rincorrere o da evitare.  

Il creare la propria visione d’impatto e profilare il proprio pubblico ci insegna ad essere estremamente concreti senza perdere mai la nostra bussola di valori. 

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